02 agosto 2010 - Pablo Calzeroni
C’è un’aria tesa all’ingresso del Forte San Giacomo. Bisogna attraversare un pertugio largo un metro, sotto il fuoco incrociato di due “sniper”, cecchini. Cerchiamo di passare tre alla volta. È una carneficina. Così inizia il gioco: una simulazione di guerra. Lo chiamano “Soft Air” e a Savona è già diventato la passione di decine e decine di persone. Nel 2006 è nata l’associazione sportiva dilettantistica (Asd) “Pathfinder”, il primo gruppo, che conta una quarantina di iscritti. In questi ultimi mesi, invece, se n’è formato un secondo, “Green Zone”, con più di una trentina di affiliati che si ritrovano nel negozio omonimo di Giuseppe Pisani, aperto circa due mesi fa e ovviamente specializzato nel genere. Lì si organizzano le partite come quella di domenica scorsa al Forte San Giacomo. Per l’occasione i due gruppi del capoluogo di provincia hanno riunito le forze: 43 persone in tutto, abbigliati con tute mimetiche e accessori vari. Pronti per combattere.

A prima vista sembra di essere capitati in un centro di addestramento paramilitare, ma poi, se ti avvicini, capisci che è un’altra cosa. Qui si gioca, ci si diverte e si sta insieme. Lo dimostra il fatto che all’evento partecipano, armi-giocattolo alla mano, tutte le generazioni: dai ragazzini ai “veterani”, tra i 30 e i 50 anni. E non sono tutti uomini: a rinforzare le linee di attacco o di difesa, ci sono molte donne. Tanto giovani, tra i 16 e il 25 anni, quanto agguerrite.
Ma torniamo alla partita. Io faccio parte della squadra di attacco. L’idea è quella di entrare nel forte, nel quale si sono già ben piazzati i difensori, e raggiungere il nostro obiettivo. Non è semplice: dobbiamo arrivare alla stanza dove gli avversari hanno posizionato la loro postazione radio e poi prendere come prigioniero il giocatore che difende una bomba (finta). Lui e solo lui ci porterà alla conquista della bandiera e alla vittoria. Se lo colpiamo, perdiamo. Bisogna stare attenti, quindi. Non si può sparare a tutti. Ed è una parola.

Lo si capisce subito. Una volta entrati nel forte e superato il pesantissimo sbarramento di “fuoco”, bisogna mettersi da qualche parte e aspettare. Coprire i compagni e ripararsi dai cecchini e da tutti i colpi. L’adrenalina è a mille, vuoi perché è la prima volta che sono dentro a una simulazione di guerra, vuoi perché i pallini da 6 millimetri in materiale biodegradabile che ti sparano addosso non sono certo una carezza, sotto una certa distanza.
Ma sono protetto, come gli altri, dal mio equipaggiamento: mimetica, fucile e maschera protettiva integrale modello “non-ti-può-succedere-niente-vai-tranquillo”. Sono al sicuro. D’altra parte, questo è un gioco e non ci si può fare male tranne se proprio non te lo vai a cercare. E così mi lancio. E sparo, mi apposto, copro i compagni, un po’ goffamente per la verità. Gioco e, confesso, sono già un “highlander”, un immortale, come dicono qui. Sono finito nel gruppo di quelli che non dichiarano di essere stati colpiti, pur sapendo di mentire. Posso solo dire che, nella confusione dell’attacco, non avevo capito tutte le regole. Ero stato colpito da un pallino che pensavo fosse prima rimbalzato su un muro. E non ho detto niente, credendo di essere nel giusto, mentre vedevo “cadere” tutti i miei compagni. Uno dopo l’altro.

Alla fine rimaniamo in tre. Passiamo dentro le stanze del forte incontrando una debole difesa: anche gli altri, i “nemici”, sono rimasti in pochi. Ci aspettano più in basso, vicino al nostro obiettivo. Procedo insieme a Emanuela Antonuzzo ed Emanuel Pizzella, di 23 e 26 anni. Ci appostiamo: siamo quasi arrivati. Ecco che mi muovo, sapendo che, forse, pur essendo un “immortale”, sono anche riuscito a eliminare qualcuno. Gli altri due dovrebbero coprirmi, ma la festa è finita. Divento il bersaglio di una raffica di colpi di fucile. E, per la seconda volta, ma per davvero, sono fuori dal gioco. Allora raggiungo gli eliminati e mi faccio una risata.
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Commento di leandor:
Rimango sempre molto amareggiato quando tante persone accomunano la pratica del GIOCO del softair con la guerra.
Forse e’ naturale per chi non conosce il softair fare il paragone, visto che i giocatori sono all’occhio indistinguibili dai veri militari.
Ma c’e’ cosi’ tanta differenza…
Tutti i softgunner che conosco aborrono la guerra e la violenza. Strano vero?
Sara’ forse perche’ tutti noi nelle nostre ’simulazioni’ siamo morti cosi’ tante volte, a volte per una disattenzione di un attimo?
Nessuno di noi trova piacevole la guerra.
Molti di noi fanno attivamente volontariato presso la protezione civile pero’.
Davvero, non ci sentiamo ne’ dei rambo, ne’ dei paramilitari. E’ solo un gioco, un modo per stare all’aria aperta tra amici, un modo per muoverci.
Se il softair fosse un male, lo dovrebbe essere anche i film di guerra, i videogiochi.
Davvero, non abbiate pregiudizi, giudicate solo dopo aver visto con i vostri occhi.
Come ha fatto ottimamente l’articolista.